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Bova, IT
domenica 16 dicembre 2018
Bovesia

I Borghi della Bovesìa Grecofona

BOVA

La città di Bova (in greco Vùa) ha origini antichissime. Secondo la leggenda, una regina armena, della quale si ignora il nome, avrebbe guidato le sue genti sul monte Vùa, dal nome latinizzato Bova, detto così perché luogo adatto al ricovero dei buoi. Da tale storia deriva lo stemma della città rappresentante il bue in campo d’oro, cui, in epoca cristiana, fu aggiunta la figura della Madonna col Bambino in braccio. Bova, capitale riconosciuta della comunità Greca di Calabria, ha origini antichissime, certamente anteriori alla fondazione di Roma, essendo abitata da marinai e commercianti trasferitisi in un secondo tempo sul monte per l’insicurezza della costa e trasformatisi successivamente in contadini e pastori. A distanza di parecchi secoli, l’acropoli da questi fondata, fu modificata dai Normanni in castello fortificato che successivamente servì da sicuro rifugio alla popolazione incalzata dalle incursioni saracene. La storia di Bova, è strettamente collegata alla fede cristiana. Bova infatti, è una delle prime Città calabresi ad essere stata convertita al Cristianesimo ad opera di Suera consacrato Vescovo, intorno all’anno 70 d.C., da S. Stefano di Nicea, primo vescovo di Reggio ordinato da S. Paolo. Di tale tesi, purtroppo, non abbiamo documenti scritti bensì argomentazioni di insigni studiosi. I documenti invece, conservati negli archivi diocesani e vaticani, ci dicono con certezza, che dall’anno 1000 con S. Luca Vescovo di Bova, ha inizio la storia diocesana della Città che si conclude nel 1986, allorché Giovanni Paolo II°, nell’ambito di un riordino generale delle Diocesi in Italia, decide l’unificazione della Diocesi di Bova con quella di Reggio Calabria che prende a sua volta il nome di Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova. Nella Diocesi di Bova, considerate le origini antiche della popolazione, fu conservata per lungo tempo la celebrazione delle funzioni in “rito greco”, tant’è che Bova fu l’ultima Diocesi a subire la soppressione di tale rito avvenuta nel 1572 ad opera del Vescovo Stauriano. Oggi, in considerazione delle radici culturali di tutta la Bovesia, S.E. Mons. Vittorio Mondello, ha dato mandato al Padre Domenico Casile, che è stato ordinato sia in rito latino che in rito bizantino, di celebrare periodicamente a Bova, anche in rito Cattolico-Bizantino. Di tale considerevole storia, Bova conserva la memoria attraverso l’immenso patrimonio ecclesiastico e monumentale.
Numerose sono state le persone che hanno dedicato la propria esistenza allo studio e alla conoscenza delle loro origini greche, e dobbiamo dire grazie a loro se ancora oggi possiamo apprezzare le preziose testimonianze che sono arrivate a noi. “Anonimo Bovese del Medioevo” A questo autore anonimo bovese hanno fatto riferimento molti autori dell’ottocento quali l’Autelitano, il Natoli, il Catanea, etc. e lo stesso altro autore anonimo del 1720 che scrisse la Cronaca anonima manoscritta, conservata nell’archivio diocesano di Bova, custodita dal Natoli, e che poi andò perduta. I due scritti contengono la storia della città di Bova a cui attinse l’Autelitano, senza però citarne la fonte, e che si rivelarono successivamente non tanto avventate per quanto poteva sembrare e che oggi hanno avuto una conferma.
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BOVA MARINA

Bova Marina fu fondata da Monsignor Dalmazio D’Andrea, vescovo di Reggio Bova, quando attorno al 1870, comprò dal Regio Demanio una striscia di terra costeggiante il torrente Siderone e in mezzo alla campagna disabitata. D’Andrea divise il terreno acquistato dal demanio, e lo regalò ai contadini che volevano scendere dalla montagna, formando così un piccolo agglomerato urbano. Bova Marina, sorge su antichi insediamenti ebraici, bizantini e grecanici, i cui resti sono tutt’oggi visibili nelle zone circostanti. Nel 1908 con Regio Decreto viene dichiarato comune autonomo. In quegli stessi anni arrivò la ferrovia. Gia dai primi anni della sua storia, Bova Marina era un polo di attrazione commerciale: infatti ogni mese si teneva una grossa ed importante fiera del bestiame e dei prodotti realizzati dagli artigiani.
Durante la seconda guerra mondiale Bova Marina fu duramente bombardata dagli americani in cerca dei tedeschi, in fuga verso le montagne. Nel dopoguerra, con l’alluvione che colpì la zona della Bovesìa molti, soprattutto gli abitanti di Roghudi , Bova e gli altri centri dell’area, abbandonarono i propri paesi e scesero a insediarsi a Bova Marina, che vide un notevole incremento demografico. Negli anni 60, venne posta sul promontorio di Capo San Giovanni d’Avalos la statua della Madonna del Mare(foto), opera dello scultore Celestino Petrone (che tra le sue opere annovera l’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo), statua che è molto venerata dalla popolazione. Nel 2008 a Bova Marina ricorre il centenario della dichiarazione di comune autonomo.
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SAN LORENZO

San Lorenzo ha un grande passato. Sede di pretura fino alla prima metà del ‘900, il paese è oggi quasi disabitato ma ha rivestito nei secoli un’importanza rilevante nel comprensorio. Era il centro più importante tra Reggio Calabria e Locri
San Lorenzo ha avuto un ruolo decisivo per lo sbarco di Garibaldi a Melito Porto Salvo. Alberto Mario, uno dei 250 garibaldini che, sbarcati a Scilla, dopo il fallito tentativo di conquistare il vicino forte di Altafiumara, sono stati inseguiti dai borbonici per l’Aspromonte, era uno dei cronisti dell’impresa dei Mille. Egli ha scritto le sue memorie nel libro “La Camicia Rossa”, edito prima in edizione inglese nel 1865 e successivamente in italiano nel 1870. In esso, con dovizia di particolari, descrive come il popolo di San Lorenzo, con eroica determinazione, ha accolto i fuggiaschi garibaldini, braccati sull’Aspromonte, disperati, affamati. Dice Alberto Mario: “Il momento era grave. Il nemico dieci volte più poderoso, c’inseguiva come un limiero. Qualche giorno ancora ed ci avrebbe presi o gettati in mare. Capitò il signor Rossi, Sindaco di San Lorenzo, e ci ha invitati colassù, in quell’eccelso apice, per la vita e per la morte. Era il 18 agosto del 1860. Garibaldi doveva ancora sbarcare a Melito. E l’Intendente di Reggio aveva immediatamente scritto al Ministero degli Interni di Napoli che “il Giudice di Melito mi avvisa che nel Comune di San Lorenzo si è veduta una banda di circa dugento armati ed io subito ho dato preghiera al Comandante delle Armi che spedisse colà un distaccamento di truppa”. Garibaldi, da Giardini di Taormina, ove era in attesa con i piroscafi Torino e Franklin, aveva avuto segnalazione che quella zona aspromontana era presidiata dai garibaldini e dal popolo di San Lorenzo ed ha deciso di sbarcare nella notte tra il 18 e 19 agosto nell’antistante spiaggia di Melito. Appena sbarcato, Garibaldi ha inviato verso San Lorenzo un corriere al galoppo, recante al maggiore comandante il seguente biglietto: “Sbarcai a Melito. Venite. G. GARIBALDI”. Bruno Rossi ed i Laurentini insieme ai garibaldini raggiunsero Garibaldi e si avviarono con lui alla conquista di Reggio. Il popolo di Melito si era defilato, non aveva dato alcun appoggio a Garibaldi, forse per paura che venisse rigettato a mare e gli abitanti sarebbero restati inermi alla mercé della repressione borbonica. Dice il giudice di Melito Marco Centola: “Tutte le persone notabili, compresi i liberali ed i funzionari ed impiegati pubblici erano scomparsi…..Il signor Antonino Amato,  Sindaco di Melito, di scarsa istruzione e ricco di meriti politici, si trovava a Reggio e non poté tornare che dopo la resa di quella città”.
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ROCCAFORTE DEL GRECO

Le origini di Roccaforte del Greco, si perdono nell’antichità, ma certamente risalgono al periodo della Magna Grecia, quando un gruppo di coloni provenienti appunto dalla Grecia del periodo dorico, fondarono le città e i paesi nei quali tuttora viviamo. Non ci sono notizie precise riguardo quel periodo, solo attraverso antichi documenti si riesce a trarre qualche notizia di personaggi e delle situazioni di quei tempi.
Comunque la storia di Roccaforte del Greco, in grecanico VUNI’, è certamente legata agli altri paesi fondati dagli antichi coloni greci. A differenza delle popolazioni che si stanziarono sulle rive del mar Ionio oppure in basso sulla fiumara dell’Amendolea, i nostri antichi progenitori, pensarono bene, allo scopo di difendersi dalle incursioni delle popolazioni barbare, di ritirarsi su queste montagne, facilmente difendibili ed ottimo punto di avvistamento verso probabili minacce provenienti dal mare. Più tardi, nell’epoca bizantina, sorsero parecchi monasteri, nei quali i monaci, assiduamente riproducevano numerosi codici, sparsi tutt’oggi nelle più famose biblioteche del mondo. I monasteri e le abbazie che sorsero in questo periodo, infondevano sicurezza alle popolazioni, per cui, attorno ad esse, sorsero dei veri e propri villaggi, nei quali si svilupparono quegli antichi mestieri che sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Una di queste abbazie portava il nome dell’Aghia Triadas, cioè della SS Trinità, che inizialmente era di spiritualità orientale. Solo quando poi venne introdotto il rito latino, fu nominato San Rocco protettore di Roccaforte del Greco, mentre precedentemente, lo erano Dio stesso, la SS Trinità e lo Spirito Santo in particolare.
Nel tardo medioevo, la popolazione incominciò ad aumentare, perchè l’isolamento di questi territori, garantiva una sufficiente protezione contro le epidemie che nel secolo XVII infestavano gran parte dell’Italia meridionale.
Tra il IX e l´XI secolo il territorio dell´attuale comune di Roccaforte del Greco era una zona malarica che ricadeva nel dominio di Bova. Si ha notizia, riguardo a questo periodo, della presenza di pastori nomadi, ma non di un vero e proprio centro abitato: non vi è infatti la certezza che vi fosse stato creato un municipio. Diventato casale di Amendolea, Roccaforte fu fino agli inizi del 1400 sotto il dominio dell´omonima famiglia. Il feudo poi transito´ attraverso i Malda de Cardona, gli Abenavoli del Franco, i Martirano, i de Mendoza, i Sylva y Mendoza. Ultimi feudatari furono i Ruffo di Bagnara che vi esercitarono i diritti dal 1624 al 1806, anno dell´abolizione del sistema feudale. Controversa, come per tutti i paesi dell´area grecanica, è la data in cui i greci si stanziarono in questo territorio. Sulla base di considerazioni linguistiche, c´è una tesi che propende per una continuità diretta con le colonie magno-greche, un´altra risale al periodo bizantino. Non è del tutto improbabile neanche l´ipotesi che a stanziamenti più antichi si siano sovrapposti arrivi piu recenti. Risale intorno al 1535 la cosiddetta “quinta colonizzazione”, un´ondata di circa cinquecento persone provenienti da Corone, mentre l´ultimo rilevamento in tal senso è documentato dal tedesco Karl Witte e risale al 1821. Come molti altri paesi della provincia di Reggio Calabria, Roccaforte del Greco rimase fortemente provata dal terremoto nel 1783, ribattezzato il “ flagello” per il gran numero di vittime provocate. Nel 1807, con la legge francese, diventò università nel governo di Bova. Il decreto istitutivo dei comuni e dei circondari (4 maggio 1811) gli diede l´autonomia amministrativa. Fino al regio decreto dell´8 maggio 1864 è stato menzionato semplicemente come Roccaforte. La specificazione è stata aggiunta successivamente in quanto paese di lingua greca. Gli abitanti lo chiamano Vuni, che corrisponde al neo-greco Bouv´ (monte). Secondo l´Alessio e il Rohlfs Roccaforte si rifà al calabrese rocca (roccia, sasso).
Arrivando ai nostri giorni , Roccaforte del Greco ha visto invece uno spopolamento, dovuto alle emigrazioni delle giovani leve, che espatriavano o andavano a lavorare nel nord industrializzato, per cui il paese è oggi popolato da anziani e da un discreto numero di giovani, anche con un alto grado d’istruzione (a dispetto delle poche centinaia di residenti), desiderosi di riscoprire e valorizzare le proprie origini e tradizioni attraverso le quali veder nuovamente prosperare l’anitca VUNI’.

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Roccaforte-del-Greco

STAITI

Staiti è sorto intorno al 1500, ad opera di pastori e contadini, come luogo d’avvistamento facente parte del feudo di Brancaleone allora retto da Geronimo Ruffo, ma il primo documento ufficiale che ne cita il nome risale al 1571, in occasione della vendita fatta da Alfonso d’Ajerbo a Cristofaro della Rocca, marchese di Simeri. Il venditore rientrò in possesso del feudo per diritto di successione ma, incalzato dai creditori, dovette rivenderlo, questa volta ad una nobildonna messinese, Eleonora Stayte che gli diede il nome e lo stemma della sua casata elevandolo successivamente ad Università.
Contrariamente alle precarie condizioni economiche di quasi tutti i Comuni del Regno di Napoli, nel XVII° secolo, Staiti poteva vantare un florido bilancio.
Tuttavia ebbe territori nel comune di Brancaleone dal quale fu sciolto, nel 1811 dal commissario ripartitore con Ordinanza propria. Cinque anni più tardi acquisiva l’autonomia e veniva elevato a Capoluogo di mandamento dei comuni di Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano e Palizzi.
Gli venivano riconosciuti trenta elettori amministrativi e dieci politici, municipio, pretura e stazione dei carabinieri.
La pretura dopo interminabili controversie e momenti di rovente tensione fu trasferita a Brancaleone, subito dopo la prima guerra mondiale.
La storia di Staiti non è diversa da quella di molti centri della Calabria ed è caratterizzata da uno sforzo continuo di liberarsi dalla dominazione di un baronaggio vessatorio ed oppressivo.
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